Che meraviglia!!!

Leggi le prime righe di un libro e ti lasci prendere, oppure lasci perdere.

L’incipit della Grande Meraviglia di Viola Ardone ti prende subito e ti catapulta all’istante nel mezzomondo: “Il mezzomondo è la casa dei matti, ci stanno i cristiani che sembrano gatti: non hanno la coda, non sanno miagolare, però sono gatti. Gatti da legare”.  Difficile uscirne e lasciar perdere.

Un libro meraviglioso, come annuncia il titolo stesso, che si legge tutto d’un fiato, e dopo averlo letto non sei più lo stesso. Il tuo sguardo sul mondo dei ‘gatti da legare’ è cambiato, non è più come prima.

Da dove ha preso Viola Ardone gli elementi per scrivere un libro così profondo e vero sui manicomi (e su quanto è successo dopo la loro chiusura) per me rimane un mistero. L’Autrice è un’insegnante 50enne di Italiano e Latino presso un Liceo Scientifico della provincia di Napoli. Come ha fatto a scrivere un libro così? 

Viola Ardone. Grande meraviglia‎. Einaudi (19 settembre 2023)

Può darsi che “Il diario dei malanni di mente” non sia un’invenzione letteraria, ma sia realmente un diario su cui una giovanissima ricoverata di quei tempi andava annotando le sue impressioni vissute giorno per giorno nel manicomio che la ospitava, e poi questo diario sia capitato nelle mani della Ardone. Può darsi che la figura di Meraviglia corrisponda effettivamente ad uno psichiatra napoletano, che ha vissuto da protagonista l’epoca della riforma Basaglia, e che poi ha raccontato la sua esperienza alla Ardone, fornendole una consulenza ‘professionale’.

Il libro è giovane, uscito ad ottobre 2023. Avremo modo e tempo di capire qualcosa in più su come è stato scritto e sulle sue fonti.

Ma adesso abbandoniamoci a quella Grande Meraviglia che suscitano le sue pagine, il cui filo conduttore sembra essere il senso di giustizia, alla quale anelano tutte le figure dei protagonisti.

La giustizia invocata in particolare per una donna ripudiata dal marito quando ancora non era entrata in vigore la legge sul divorzio, e rinchiusa in manicomio quando ancora non era entrata in vigore la legge Basaglia.

Leggi sacrosante. Ma dopo?

Il libro volge lo sguardo agli anni 80, gli anni in cui veniva scoperto il mondo dei manicomi (il “mezzomondo’), e riemergeva l’umanità sofferente che vi era stata sepolta. Il primo capitolo è intitolato semplicemente “1982” per poi passare nel secondo capitolo al 2019, e quindi ritornare nel terzo alla fine degli anni 80, quando la protagonista – Elba – deve ammettere: “Io non riesco a ritrovare la concentrazione, finché ero al Fascione (il manicomio, n.d.r.) non avevo mai provato invidia, nessuno stava meglio di me. Il mondo fuori invece fa spavento, ci sono troppe cose da desiderare”.

La pagina che ha un ruolo centrale nella narrazione, è quella sulla neve (1982). Una pagina di pura poesia:

 “La neve l’avevo vista solo nei documentari sul terzo canale, poi un giorno è arrivata anche qui. Ho sentito dei rumori dal piano di sotto, ma non erano le solite urla e i lamenti delle matte che si risvegliano dal sonno forzato della Caramella-grigia. Erano piccole grida di gioia, campanellini che correvano di stanza in stanza, da una finestra all’altra dei dormitori. Mi affaccio anche io e la vedo cadere giù attraverso le sbarre e andare a depositarsi formando piccoli mucchi su tute le cose. È molto più leggera e più lenta che nei film di Natale, fa venir voglia di dormire per tutto l’inverno. 

Le gatte del mezzomondo attaccano la faccia ai vetri per spiare i fiocchi bianchi che vanno dal cielo alla terra, un modo così gentile per precipitare al suolo. La neve ricopre gli spigoli, calma i furori e porta il silenzio nei cuori. Potrebbe essere una poesia di Aldina e invece è la verità, ma forse non c’è nessuna differenza tra poesia e verità.

Mi avvicino al letto della Nuova e la pungo con l’unghia dell’indice: <Alzati, ci sta la neve>.

Non mi risponde, ma socchiude un occhio al rallentatore, come se anche il solito tic le costasse fatica. Lo prendo per un no.

Forse tu la neve già la conosci, continuo da sola, ti ci avranno portata e magari hai anche infilato gli sci ai piedi e ti sei lasciata dietro lunghe strisce bianche sulla gobba della montagna, l’ho visto fare in un film. Per me invece è una novità, ma prima o poi al mezzomondo ci arriva di tutto, te l’ho già detto, e allora a che serve spostarsi se la vita ti raggiunge lo stesso? Nemmeno la neve fa differenza tra dentro e fuori: si infila dove vuole.

La nuova rimane in silenzio, ormai da molti giorni non esce da sé stessa o da ciò che ne resta. Dalle finestre arrivano rumori e grida; mi accosto ai vetri che tremano di freddo e giù in cortile ci sono Mastro Lindo, Sandraccio e altri maschi che non ho mai visto. Il naso al cielo e i piedi che lasciano buche nella neve, più profonde o più leggere, a seconda del peso. C’è Nana la cana che affonda le zampe nel bianco e ancora cerca col fiuto gli odori dei suoi cuccioli scomparsi. Lei è quel tipo di persona che non si dà mai per vinta. E ci sono le gatte degli altri reparti, avvolte alla buona in sciarpe e coperte …

Ci mettiamo in fila e le seguiamo al piano di sotto. Man mano che ci allontaniamo dal reparto, l’aria si fa sempre più fredda e mi sento pungere le mani, le caviglie e la punta del naso. Il dottorino è fuori con gli altri:  non ne ho mai visti tanti tutti insieme , vengono da ogni reparto, maschi, femmine, tranquilli, semiagitati e agitati. Vagano per il cortile con il mento puntato al cielo grigio. Qualcuno apre la bocca per assaggiare i fiocchi di cielo, qualcun altro si sdraia su quel materasso e agita braccia e gambe lasciando col corpo un’impronta di cerchi di ghiaccio. Un vecchio senza più un dente piange senza emettere suono. Nessuno ha il coraggio di rompere il silenzio, né per lamentarsi, né per urlare, né per ridere, né per parlarsi addosso.  Aldina è ferma in un angolo con il dito alzato, però dalle sue labbra non esce una parola, forse la poesia le scorre dentro come un fiume invisibile. Mappina è accovacciata a terra e cerca di infilarsi la maggior quantità possibile di neve nelle tasche, ma non si può rubare la neve al cielo. Nonna Sposina la raccoglie con le mani a conca, se ne fa un diadema e se lo appoggia sul capo. E’ il bianco più candido con cui sia riuscita a ornarsi fino a oggi per il suo matrimonio immaginario. Mastro Lindo ammucchia neve a palle e le spara addosso a Sandraccio, che le schiva gettandosi a terra e cerca di farne a sua volta, ma la neve gli si spappola tra le mani e lui deve ricominciare daccapo. Ce la faccio, ce la faccio?, domanda, mentre addosso gli piovono proiettili bianchi.

Nunziata raccoglie un mucchietto di neve, si allontana, prende la mira e calcia forte, magari per rifarsi di quel rigore rimasto in sospeso. Al suo tocco la sfera si sfalda e ritorna farina.

Il dottorino passa dall’uno all’altro, seguito da Riccioli d’oro, che non lo perde di vista un istante. Neppure lui parla molto, questa mattina, sorride.

Se fosse stato per Colavolpe  (il Direttore, n.d.r.), saremmo rimasti al coperto, a guardare Happy Days, a prendere Caramelle-rosse o Caramelle-blu, a pisciarci sotto, a litigare con il soffitto, a guardare foglie che non ci sono, a rincorrere il tempo. Invece Colavolpe non c’è, ho sentito dire da Gillette che è rimasto bloccato con l’auto per via della neve …”.

Nell’ultimo capitolo (“31 dicembre 2019”) i fili della vicenda umana, che vede i protagonisti di continuo allontanarsi e riavvicinarsi, alla fine si riannodano per lasciare il lettore in silenzio, fermo nell’attesa che si depositino tutte le emozioni, come accade alla fine di un concerto di musica classica.

Solo dopo scattano gli applausi. 

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