DIisforia: l’amica sconosciuta

La disforia riguarda l’umore. Questo si conosce. Ma come deve essere inquadrata? Come un disturbo o come un sintomo? Fa parte di altre patologie psichiatriche o ha una storia a sé? Tutti la conoscono ma nessuno la prende! Sembra quasi un personaggio mitologico.

La disforia (o umore disforico) è un concetto psicopatologico che nel corso degli anni è stato associato a un’ampia varietà di fenomeni psichici e di disturbi. È stata descritta, a volte, come depressione mascherata, altre volte come una manifestazione del ciclo mestruale. Oppure è stata associata allo stato misto del disturbo bipolare o a un tipo di personalità (disforia isteroide). Trova una sua dimensione nel disturbo disforico premestruale. Insomma, una confusione diagnostica. Tutti la conoscono ma nessuno riesce a darle una identità diagnostica ben definita.

Mettendo disordine nella disforia

I curatori del DSM hanno cercato invano di mettere un po’ di ordine alla vicenda. Prima descritta nel DSM-IV-TR come «umore sgradevole così come tristezza, ansia o irritabilità», poi nel DSM-5 come umore disforico. Nella sua ultima edizione la disforia è stata indicata «una condizione in cui una persona sperimenta sensazione intensa di depressione, malcontento e indifferenza al loro mondo interiore». 

Starcevic e i suoi collaboratori ritenevano che tali definizioni fossero così banali che è sconcertante che i curatori del DSM 5 non l’avessero notato (Starcevic et al. 2013).

Tuttavia, tutti concordano che la disforia riguardi l’umore. Per il resto c’è confusione. La disforia probabilmente non ha caratteristiche quantificabili e per questa ragione non si riesce e non può essere inserita nelle classiche classificazioni diagnostiche categoriali.

Il problema afferma Stanghellini (2024) è che «…ai pazienti, ma anche ai medici, spesso mancano le parole per fornire una descrizione dettagliata di questa esperienza, a volte quasi indescrivibile». È necessario cercare altrove. Probabilmente tra le parole dei pazienti.

Disforia: che confusione

Allora, la disforia è una sindrome o un complesso di sintomi di patologie più complesse?

È un disturbo o un sintomo (“umore disforico”)? È una condizione stabile o fugace? È un tipo di depressione? Comprende “tristezza, ansia o irritabilità” o soltanto qualcuno di questi sintomi?

Queste domande avranno tormentato le notti degli operatori della salute mentale?

 

Ciò che è certo è che la disforia arriva da lontano.  Deriva, infatti, dal greco antico dusjoria (dusphoria) che significa “dolore cronico”. È composta da due parole: dus  (dus – cattivo) e jerv  (phéro. – “io sopporto, porto”). Partendo da qui, forse, si riuscirà a comprendere meglio il destino della disforia.  Partendo dal non sopportare, i clinici ne hanno evidenziato una generica insoddisfazione e instabilità affettiva, associati ad ansia e malumore, senza caratteristiche precise.  Ma dove andarla a cercare?

Tengo l’arteteca interiorizzata!

La disforia può essere descritta come un dolore emotivo insopportabile, ambivalente che invade l’esistenza ma che può avere un carattere esplosivo e irritante. Il disforico è irritato, insoddisfatto, irrequieto, inquieto. “È una pila elettrica”, che prende e che dà le scosse: un continuo tormento, insomma. La persona disforica è insopportabile per sé stessa e per gli altri. Potrebbe essere questo un criterio di diagnosi differenziale da inserire nei manuali diagnostici? È un criterio diagnostico che condividerebbe con il disturbo borderline di personalità? (Bachetti MC et al., 2019).

 

L’opprimente e paralizzante tormento interiore spingerebbe la persona con disforia ad agire se soltanto ne avesse la possibilità. Stanghellini (2024) definisce la disforia come una paralisi frenetica. L’inquietudine e il tormento emotivo spinge la persona con disforia a muoversi e a cercare di scrollarsi questo peso da dosso. È in perenne movimento, agitata, ansiosa, incapace di rimanere calma e soprattutto ferma, in una sorta di “arteteca interiorizzata”. Vincenzo De Ritis nel suo vocabolario napoletano ci spiega che la parola arteteca origina da “artritide”. I bambini colpiti dalla artrite reumatoide (Ballo di San Vito) presentavano una «inquieta agitazione per moversi».

Cosa c’entra con la disforia? La persona con disforia non sopporta questo peso ma nonostante tutti gli sforzi fatti non può riuscirci. Perché? Perché è paralizzata dal peso stesso dell’inquietudine e del malumore. Non riuscendo a risollevarsi emerge il malcontento e il risentimento verso sé stesso e verso gli altri. È una inquietudine che cerca quiete inquietando sé stessa e chi li circonda (il suddetto criterio da inserire in …etc., etc.).

Ma la disforia che sintomi ha?

Gli psichiatri si sa come sono. Cercano di dare ordine e significato alla follia. Dato per assodato che la disforia esista, c’è la necessità di inserirla in un contesto clinico e nosografico ben definito. Innanzitutto, per fare questo bisogna vedere quali sono, talora esistessero, le caratteristiche della disforia. In vena di classificazione, D’Agostino e i suoi collaboratori (2016) individuano tre caratteristiche principali della disforia:

1)        Tensione

2)        Irritabilità

3)        Urgenza

 

Sulla tensione e sulla irritabilità siamo d’accordo. Ne abbiamo parlato a sufficienza. Però è necessario riconfermare alcuni aspetti che potranno tornarci utili. La pressione emotiva causata dalla depressione dell’umore è cronica e tanto persistente da portare il paziente ad arrendersi. Ma l’arrendevolezza porta il malcontento, che porta all’inquietudine e all’irritabilità. E cosa dire dell’irritabilità? Simile a una sensazione di avversità verso il mondo, la disforia porta il soggetto ad assumere un atteggiamento sospettoso, ostile, irritato, irritante e risentito verso l’ambiente e le persone che lo circondano. E da qui nascono i problemi (Moretti et al., 2018).

L’urgenza della disforia

Una caratteristica fondamentale della persona con disforia è l’urgenza nel fare le cose. Diventa impaziente e intollerante. Deve agire, fare in fretta. Non c’è tempo.

Stanghellini (2024) afferma che le persone disforiche vivono in modo antistorico. Vivono un continuo susseguirsi di momenti, secondo una modalità di esistenza senza tempo. Passano da un “momento presente” a quello successivo continuamente. Le pesanti esperienze vissute in quel momento appaiono e svaniscono, riappaiono e di nuovo svaniscono in rapida successione in un ciclo continuo. In questo modo ogni istante svanisce ma ripetendosi diventa infinito. “Sarà per sempre così”, “Non guarirò mai!”. “Son depresso, ma anche arrabbiato, inquieto”. “Devo agire, non ho tempo!”

Trovare il suo posto

Sono stati trovati i sintomi; si iniziano a essere identificate le caratteristiche principali e forse la disforia ha deciso di mostrarsi più disponibile. Sembrerebbe che tutto sia più chiaro e che finalmente la disforia possa essere inserita in un posticino ben definito nella diagnosi psichiatrica? Errato. Non è ancora giunto il momento. È ancora presto. C’è ancora tanto da lavorare e tanta strada da fare. L’aiuto dei pazienti è fondamentale e bisogna cercare soprattutto di aiutarli a trovare il modo di dichiarare con nuove parole e modalità la sofferenza. I clinici devono imparare a riconoscerla magari utilizzando nuovi strumenti di ricerca, così come scale di valutazione (Tavormina et al. 2015).

Nel frattempo, nei manuali diagnostici della psichiatria la disforia continua a chiedere ancora ospitalità nei grandi disturbi psichiatrici. È inserita, ad esempio, nel disturbo depressivo maggiore. È stata vista a tavola con il disturbo post traumatico da stress e nei disturbi dell’alimentazione. Ha uno spazio nei disturbi di genere. Per non parlare dei disturbi di personalità del cluster B, dove il disturbo borderline di personalità occupa sempre la poltrona principale. Gli stati misti restano, tuttavia, i suoi compagni fedeli (Benazzi et al., 2004). Il primo amore non si scorda mai.

Conclusioni

La tanto amata e forse sconosciuta disforia mantiene la sua identità. È un po’ misteriosa. Trova spazio in diversi disturbi psichiatrici. Fa capolino nei disturbi di genere.

Paradossalmente è come una bestia che porta non solo sofferenza ma anche pulsione e inerzia, attività e passività. La bestia che sta l’aggrappata sul groppone con i suoi artigli affondati nella carne. C’è ancora tanta forza ma nel cercare di allontanarla bestia sarà strappata anche a carne. Portare la disforia/bestia a cena e parlare insieme. È questo l’inizio del percorso di risoluzione?

Bibliografia

Bachetti MC, Brufani F, Spollon G, Moretti P. Dysphoria Dimensions: a Preliminary Inpatients Study to Diffrentiate Borderline Personality and Bipolar Disorder Spectrum. Psychiatr Danub. 2019 Sep;31(Suppl 3):490-496.

Benazzi F, Koukopoulos A, Akiskal HS. Toward a validation of a new definition of agitated depression as a bipolar mixed state (mixed depression). Eur Psychiatry. 2004;19(2):85-90.

D’Agostino A, Manganelli E, Aportone A, Rossi Monti M, Starcevic V. Development, cross-cultural adaptation process and preliminary validation of the Italian version of the Nepean Dysphoria Scale. J Psychopath. 2016;22:149-156

De Ritis V. Vocabolario napoletano lessigrafico e storico. Stamperia Reale, 1845. https://books.google.it/

Moretti P, Bachetti MC, Sciarma T, Tortorella A. Dysphoria as a psychiatric syndrome: a preliminary study for a new transnosographic dimensional approach. Psychiatr Danub. 2018;30(Suppl 7):582-587.

Stanghellini G. Dysphoria as trans-diagnostic mood symptom and as lived experience. Lessons from prose, poetry and philosophy. J Affect Disord. 2024;354:673-678.

Tavormina G. Clinical utilisation of the “G.T. MSRS”, the rating scale for mixed states: 35 cases report. Psychiatr Danub. 2015;27 Suppl 1:S155-S159.

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