GOGOL …il suo Ritratto … e il suo Cappotto.

il suo Ritratto … e il suo Cappotto.

Il busto di Nikolaj Vasil’evic Gogol, nato in un piccolo villaggio dell’Ucraina centrale e sepolto al Cimitero di Novodevicij a Mosca.


Qual è il libro della tua vita? Qual è il tuo Autore preferito?

E’ il titolo stesso di questa rubrica che spinge a porsi queste domande.

Del resto, quante volte ti sono state fatte, o tu stesso ti sei fatte, domande simili. E per rispondervi hai girovagato nella storia delle tue letture, ripescando 2-3 titoli, a cui, ripensandoci, ne hai poi aggiunto altri 3-4-5 … e così via.

Se tocca a me rispondere a queste domande, mi vengono in mente le prime letture del periodo ginnasiale, suggerite dai docenti dell’epoca: “I Malavoglia” di Verga, “Delitto e Castigo” di Dostoevskij (il mio imprinting). Poi penso al “Maestro e Margherita” di Bulgachov, ai “Racconti” di Checov, ai romanzi di Simenon (su tutti: “La neve era sporca”), a “i Morti” di Joice … e mi perdo: non è possibile scegliere!

Abbandono ogni dubbio però quando davanti a me compare “la maschera ridente di Gogol, con la terribile potenza del riso” (Dostoevskij).

Siamo tutti usciti dal Cappotto di Gogol”, ebbe a dire ancora Fiodor Dostoevskij.

E allora, non può essere altri che Nikolaj Vasil’evic Gogol il mio Autore preferito, o meglio, quello che scelgo perché più affine al mio modo di essere e di concepire la vita, oppure – cosa forse ancora più vicina alla realtà – l’Autore che più degli altri ha formato il mio modo di essere e di concepire la vita.

Quando ho iniziato la mia avventura con la Compagnia Instabile e Traballante dell’Ospedale Moscati, all’inizio di ogni spettacolo proponevo al pubblico questo modo di interpretare (o giustificare?) il nostro impegno ricreativo: “ridere fa bene alla salute” (citavo anche lo studio scientifico di una Università americana che aveva misurato i valori di pressione arteriosa, colesterolo, difese immunitarie ecc. prima e dopo uno spettacolo di Buster Keaton). E così avevamo via libera per recitare i capolavori di Viviani e Scarpetta, spacciandoli come benefica terapia per gli spettatori ipertesi, dislipidemici, depressi ecc.

Era perché avevo letto Gogol? Era perché non mi sono mai stancato di leggere e rileggere la sua ridente ed amara commedia capolavoro: “L’Ispettore Generale”? [1] E cosa dire del suo romanzo capolavoro, “Le anime morte”, con il suo protagonista Cicikov che secondo me è la perfetta controfigura comica di un nostro notissimo uomo politico, tranne che per l’esito finale della sua avventura?

O forse preferisco Gogol perché è la mia natura a propendere per il buon umore, l’ironia e l’aspetto comico della vita?

E ancora, cosa dire del “Il Ritratto”, un racconto così potente, da spingermi a ri-entrare nel tempio della pittura e cimentarmi ancora una volta a dipingere?

O forse il racconto mi ha commosso così profondamente, fino alle lacrime, proprio perché già mi ero cimentato – nei miei anni giovanili – a dipingere ritratti?

“Cartkov divenne in tutto e per tutto un pittore alla moda. Andava a pranzi, accompagnava le dame per i musei e persino alla passeggiata, si vestiva elegantemente e affermava che un artista deve appartenere alla società, tenersi su, laddove gli artisti vanno abitualmente vestiti come ciabattini … Quando compariva in qualche giornale un articolo laudativo su di lui, si rallegrava come un bambino, sebbene quelle lodi le avesse comprate egli stesso col proprio denaro … La sua rinomanza cresceva, i lavori e le commissioni si moltiplicavano. Già quegli eterni ritratti e quelle facce sempre uguali, i cui atteggiamenti aveva ormai imparati a memoria, principiavano ad annoiarlo. Già dipingeva questa roba senza interesse, cercando solamente di buttar giù la testa; il resto lo dava da finire ai discepoli … ogni slancio del pittore si volse all’oro. L’oro diventò la sua passione, il suo ideale, il suo terrore, la sua gioia, il suo scopo …

Trovò un giorno sul tavolo una lettera in cui l’Accademia di Belle Arti lo pregava, in qualità di suo degno membro, di venire a dare il suo giudizio su una nuova opera inviata dall’Italia, di un pittore russo che stava laggiù a perfezionarsi. Questo pittore era uno dei suoi antichi camerati; recava in sé fin dai primi anni la passione dell’arte e vi si era ardentemente consacrato, s’era strappato agli amici, ai familiari, alle dolci abitudini, ed era fuggito là dove, in vista d’un meraviglioso orizzonte, matura il grande vivaio delle arti, in quella meravigliosa Roma al cui solo nome così forte palpita il cuore ardente d’ogni artista. Qui, come un romito, s’era sprofondato nel lavoro e in occupazioni che nulla poteva turbare. E non era affar suo se criticavano il suo carattere, la sua incapacità al commercio cogli uomini, la sua inosservanza delle regole mondane … Instancabilmente visitava le gallerie, per ore intere restava fermo davanti alle opere dei grandi maestri …

Entrato nella sala, Cartkov vi trovò già una strabocchevole folla di visitatori che s’erano raccolti davanti al quadro. Il più grande silenzio, quale di rado si produce in una moltitudine, regnava questa volta dappertutto. Cartkov s’affrettò ad assumere la fisionomia significativa dell’intenditore e s’accostò al quadro; ma, Dio, che cosa vide!

Pura, immacolata, bella come una sposa, si svelava a lui l’opera del pittore. Schiva, divina, innocente e semplice come un genio celeste, essa si librava su ogni cosa. Pareva che le angeliche figure, stupite di tanti sguardi appuntati su di loro, abbassassero pudicamente le palpebre. Con involontaria ammirazione gli intenditori riconoscevano qui l’opera d’un pennello originale e potente. Tutto sembrava qui fuso: lo studio profondo di Raffaello, rivelato dall’alta nobiltà degli atteggiamenti, l’insegnamento del Correggio, spirante dalla minuziosa perfezione della pennellata. Ma ciò che dominava era la forza creativa racchiusa nell’anima stessa del pittore … Era evidente che tutto quanto aveva desunto dal mondo esterno, il pittore l’aveva prima tenuto chiuso nella sua anima e di là, dalla sorgente dello spirito, composto in un unico armonioso, solenne canto. Ed appariva chiaro anche ai non iniziati l’incommensurabile abisso che separa una creazione da una volgare copia della natura. E’ impossibile descrivere la straordinaria calma da cui tutti si sentivano involontariamente invasi; tutti gli occhi erano fissi sul quadro e non s’udiva un sussurro né rumore; e quella composizione pareva frattanto librarsi sempre più in alto … l’immagine di un’idea volata giù dal cielo sul pittore, visione balenante di cui un’intera vita umana è soltanto la preparazione. Involontarie lacrime si gonfiavano negli occhi dei visitatori che facevano corona al quadro. Pareva che tutti i gusti, tutte le insane, fallaci tendenze del gusto si conciliassero qui in un muto inno all’opera divina.

Immobile, colla bocca aperta, stava Cartkov davanti al quadro e infine, quando gradatamente i visitatori e gli intenditori ruppero il silenzio e presero a giudicare del valore dell’opera, e quando infine si rivolsero a lui pregandolo di rendere nota la sua opinione, tornò in sé, volle prendere un’aria indifferente e abituale, volle esprimere il solito banale giudizio dei pittori stagionati, nel genere del seguente: <Eh già, certo, non si può veramente negare un talquale ingegno al pittore; c’è qualcosa; è chiaro che voleva esprimere qualcosa; nondimeno, per ciò che riguarda l’essenziale … > e quindi aggiungere, s’intende, di tali lodi da mortificarne ogni pittore; voleva far questo, ma le parole gli morirono sulle labbra, scomposte lacrime e singhiozzi gli sfuggirono in risposta, e, come un pazzo, egli fuggì dalla sala.


[1] Dell’Ispettore Generale esiste una magnifica riduzione cinematografica degli anni 60 nella commedia “Anni ruggenti” con Nino Manfredi, Gastone Moschin e Gino Cervi, visibile oggi su YouTube 

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