Una storia d’amore e di tenebra

Spinto dal desiderio di capire dall’interno l’origine e la natura del conflitto israelo-palestinese, a novembre scorso mi sono immerso in “Una storia di amore e di Tenebra” (Feltrinelli, 2015, 640 pagg.), lo splendido romanzo autobiografico di Amos Oz, scrittore e saggista israeliano (1939-2018).

In conflitto con la figura paterna, Amos cambiò il cognome originario Klausner in Oz (in ebraico “forza”).

Nato a Gerusalemme da genitori immigrati sionisti dell’Europa orientale, Amos si separò dal padre all’età di 15 anni per andare a vivere in un kibbutz, dopo il suicidio di sua madre avvenuto tre anni prima.

Oltre che il racconto intimo e lucido della sua vita, il romanzo è un dettagliato e al tempo stesso grandioso affresco della Gerusalemme della seconda metà del Novecento, del nascente Stato di Israele e del sionismo, del popolo ebraico e delle sue radici religiose e culturali.

Ciò che mi induce a recensirlo prima di averne completato la lettura, sono le pagine meravigliose che ho incontrato oggi sul tema della sopravvivenza dell’anima dopo la morte. Mi riprometto di copiarle e trascriverle in questa rubrica, ma non mi è facile, visto che leggo l’opera in formato digitale. Vi trasmetto per adesso solo queste parole: “Anche G.S. era avvinto in quegli stessi anni dalla questione della vita dopo la morte. La mattina in cui alla radio annunciarono la sua morte, scrissi: G.S. è spirato questa notte. E ora sa”.


ECCOCI CON LA PAGINA PROMESSA…

… Praticamente l’unico argomento che il nostro maestro (prof. Samuel Hugo Bergman, n.d.r.) trattava in quegli incontri privati (ciclo di conferenze sul tema ‘La filosofia dialogica da Kierkegaard a Martin Buber’, n.d.r.) era la sopravvivenza dell’anima o l’eventualità di un’esistenza post-morte. Di questo ci parlava nelle domeniche pomeriggio di quell’inverno, accompagnato dalla pioggia che picchiava alla finestra e dai sibili del vento in giardino. Qualche volta chiese il nostro parere, che ascoltò con attenzione, non come avrebbe fatto un maestro indulgente osservando i passi dei suoi discepoli, bensì come chi è di fronte a una complessa tessitura musicale e in quella sinfonia deve riconoscere un certo suono minore, determinarne l’autenticità.

Nulla – ci disse una di quelle sere di cui tutto ho serbato, al punto che mi pare di poter ripetere qui parola per parola il suo discorso – nulla scompare. Mai. La parola stessa <scomparsa> implica l’idea che l’universo sia definitivo, e che si possa scomparirne. E invece nulla – enfatizzava la parola, allungandone la dizione – nulla mai uscirà dall’universo. E nemmeno vi entrerà. Nemmeno un grano di polvere potrebbe mai scomparire o aggiungersi. La materia si reincarna in energia e l’energia in materia, gli atomi si aggregano e si separano, tutto cambia e si tramuta, ma nul-la può passare dall’essere al non-essere … Il concetto di infinito è del resto un concetto aperto, infinitamente aperto, ma al tempo stesso chiuso ermeticamente: senza via né di uscita né di ingresso”.

 Pausa. Un sorriso furbo-ingenuo si diffondeva come luce d’alba sul paesaggio di rughe del suo viso ammiccante: “E allora perché, forse qualcuno potrà spiegarmi perché continuano a dirmi che l’unica cosa che non è compresa in questo insieme, l’unica in assoluto destinata ad andarsene al diavolo, a diventare non-essere, l’unica cosa per la quale è previsto l’annientamento totale nell’immensità di un universo in cui nemmeno un solo atomo potrà mai trasformarsi nel nulla, l’unica cosa debba proprio essere la mia povera anima? Insomma, un granello di polvere e una goccia d’acqua godono della vita eterna, benché sotto spoglie diverse, tutto, insomma, fuorché la mia anima?

“L’anima – mormorò qualche genietto perspicace in un angolo della stanza – nessuno l’ha ancora mai vista”.

“No – concordò subito il professor Bergman – ma nemmeno le leggi della fisica e della matematica le si incontra al bar, nevvero? Nemmeno la sapienza e la stoltezza, il desiderio o la paura. E nessuno mi risulta sia mai riuscito a mettere in provetta un ancorché piccolo campione di nostalgia. Ma chi, mio giovane amico, chi ti sta parlando adesso? Gli umori di Bergman ti stanno parlando? La sua milza? O non è forse l’intestino crasso di Bergman, che sta filosofeggiando con te? E chi, perdonami, chi ha appena spalmato sulle tue labbra questo sorriso non così amabile? Non la tua anima? Le cartilagini, forse? I succhi gastrici?

Un’altra volta disse: “Che cosa ci attende dopo la morte? Nes-suno lo sa. A ogni buon conto, è una professione di ignoranza che comporta una certa dimostrazione o un potenziale di persuasione. Se vi dicessi qui questa sera che a volte sento la voce dei morti, chiara e comprensibile più di molte voci di vivi, sarebbe vostro diritto sostenere che questo anziano signore è decisamente rimbambito. Che lo sgomento per la vicinanza alla sua, di morte, lo ha fatto uscire di senno. Per questa ragione non sto a raccontarvi di nessuna voce, ma vi darò invece questa sera un assunto matematico: dato che nessuno sa se ci sia o meno qualche cosa sull’altro versante della nostra morte, da questa inconoscibilità totale si deduce per necessità che le probabilità che ci sia qualcosa sono esattamente pari a quelle contrarie. Cinquanta per cento per il nulla e cinquanta per cento per la sopravvivenza. Per un ebreo come me, un ebreo originario del centro Europa e che ha vista la Shoah nazista, questa probabilità statistica di sopravvivenza non è affatto disprezzabile”.

Anche Gershom Scholem, amico nonché avversario di Bergman, era avvinto in quegli stessi anni dalla questione della vita dopo la morte. La mattina in cui alla radio annunciarono la sua morte, scrissi: “Gershom Scholem è spirato questa notte. E ora sa

Anche Bergman, ormai, sa. Anche Kafka. E mia madre e mio padre. E conoscenti e amici e quasi tutti i frequentatori di quei caffè, che usavo per raccontare a me stesso quelle storie, ormai dimenticate, tutti loro sanno. Un giorno lo sapremo anche noi …    

Articoli correlati